Set 032014
 

L’identità sessuale è costituita da diverse componenti: il genere, il ruolo e l’orientamento sessuale.

L’identità di genere si riferisce alla percezione e alla consapevolezza che la persona ha di sé come individuo maschile, femminile o ambivalente, ovvero come persona che non si identifica necessariamente né con il genere femminile né maschile; è l’opinione che ognuno ha di se stesso indipendentemente dal ruolo sessuale che presenta agli altri, volontariamente o no.  Non è assimilabile all’identità di ruolo cioè l’insieme dei comportamenti, agiti all’interno delle relazioni con gli altri, e delle attitudini che a seconda di un certo contesto storico-culturale si riconoscono come propri di un maschio o di una femmina; indica l’adattamento sociale alle norme condivise su attributi, apparenza, gesti, interessi, abitudini, interazioni sociali e così via, definiti tipicizzati o inappropriati per genere. E’ modificabile nel tempo.

Infine, l’orientamento sessuale rappresenta la modalità di risposta ai diversi stimoli sessuali e, quindi, anche l’attrazione emotiva e romantica verso gli uomini, le donne, entrambi, nessuno dei due generi o di un altro genere. Tradizionalmente l’orientamento sessuale era distinto in eterosessuale, gay/lesbiche, bisessuale, attualmente a queste categorie si è aggiunta quella degli asessuali e coloro che sono attratti dal terzo sesso (transessuali). L’orientamento sessuale può subire modificazioni nel corso del tempo

Disturbi dell’identità di genere:

I soggetti con disturbi dell’Identità di Genere (Transessuali) mostrano una profonda identificazione con il sesso opposto al loro sesso anatomico e un intenso e persistente disagio rispetto alle caratteristiche anatomiche di tipo sessuale che, per convenzione socio-culturale, sono distintive del proprio genere.

Criteri Diagnostici (DSM-IV-TR)

A – Il soggetto si identifica in maniera intensa e persistente con individui di sesso opposto (non solo un desiderio di qualche presunto vantaggio culturale derivante dall’appartenenza al sesso opposto).

B – Il soggetto vive una condizione di malessere persistente o di estraneità nell’essere considerato per il suo sesso effettivo (ovvero quello geneticamente determinato).

C – Assenza di intersessualità ( es. sindrome di insensibilità agli androgeni o iperplasia surrenale congenita)

D – Disagio clinicamente significativo o compromissione sociale, lavorativa e nelle relazioni interpersonali.

Il Disturbo dell’Identità di Genere esordisce nella prima infanzia, verso i 3-4 anni di età. I maschi manifestano interesse per giochi e attività femminili e preferiscono passare il tempo con amiche femmine, vogliono indossare abiti da donna, il loro modo di fare e la gestualità è molto femminile e affermano che da grandi vogliono esser donne. Spesso non vogliono andare a scuola o frequentare il gruppo dei pari perché vengono derisi o perché sono a disagio ad indossare abiti maschili. Le bambine preferiscono amici maschi e mostrano interesse per sport e giochi maschili, rifiutano di urinare sedute e affermano che da grandi avranno il pene e saranno uomini.

Il forte desiderio di appartenere al sesso opposto a quello biologico, di vivere ed esser trattati come membri di tale sesso, il disagio e senso di estraneità verso il loro corpo continuano e si fanno più consapevoli in adolescenza e in età adulta.

Marta Quartini

Bibliografia:

American Psychiatric Association, Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, Fourth-Text Revision (DSM IV-TR), Washington DC, APA, 2000.

Giberti F., Rossi R., Manuale di Psichiatria, 4° ed., Piccin, 2007.

Kaplan H. I., Sadock B. J., Synopsis of Psychiatry, William and Wilkins, 10° ed., 2007.

Scaffer , Lo sviluppo sociale, 1996.

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Set 032014
 

La società attuale è eteronormativa e patriarcale, per questo, capita di essere bombardati da messaggi negativi rispetto all’orientamento sessuale, il genere e l’etnicità, che in alcuni casi portano all’interiorizzazione dell’oppressione. Se ad un giovane viene imposto di comportarsi nella maniera stereotipata del proprio genere come, per esempio, averi i capelli corti e vestire di blu, potrebbe introiettare la credenza che vestirsi di rosa o avere i capelli lunghi sia sbagliato e se questa credenza non è mai messa in discussione può far sviluppare l’idea, nell’uomo ormai adulto, che la parte più femminile di Sé sia sbagliata e inaccettabile. Quindi, questa oppressione interiorizzata potrebbe dar luogo a disgusto verso se stessi, vergogna, poca autostima, isolamento, timore del rifiuto e ad altri problemi psicologici.

I gay, lesbiche, bisessuali, trans-gender/sessuali, intersessuali, queer, le persone che partecipano a pratiche sessuali e coloro i quali si identificano in qualunque punto dello spettro di genere, si identificano con il termine Diversità sessuali e di Genere (DSG) in quanto più inclusivo di quello utilizzato tradizionalmente (LGBTQ). Queste persone hanno livelli molto alti di angoscia, di depressione, di bassa autostima, di autolesionismo e di dipendenza da droghe rispetto agli eterosessuali. In generale i DSG tendono a nascondersi e a vergognarsi, mostrano poca soddisfazione per la loro vita e di conseguenza faticano a rivolgersi allo psicologo. Altri, invece, chiedono aiuto per dare un nome alla propria sessualità, e questo è indice delle difficoltà che vivono mettendo in discussione le definizioni di genere e di orientamento sessuale stabilite dalla società.

 

Le persone DSG che iniziano una terapia presentano le stesse problematiche degli altri pazienti ma la differenza fondamentale è data dal contesto sociale in cui sono cresciuti.

Prima di intraprendere la terapia con persone DSG è fondamentale avere consapevolezza dei propri pregiudizi e credenze rispetto ciò che pensiamo esser “sano” e “normale” riguardo al sesso, al ruolo di genere e alle relazioni in quanto siamo tutti cresciuti nella cultura attuale e nessuno è del tutto privo di omofobia o di eterosessismo così come di atteggiamenti razzisti.

Un altro aspetto da considerare è l’effetto che lo stigma ha sullo sviluppo del Sé, bisogna stare attenti a non cadere nell’errore di negare la realtà di differenze tra gli appartenenti al gruppo DSG e gli appartenenti alla maggioranza eterosessuale; storicamente gli appartenenti al gruppo DSG si sono spacciati per eterosessuali fingendo di essere ciò che non erano, aumentando in questo modo l’oppressione interna ed esterna oppure hanno rivelato agli altri le loro preferenze sessuali e di identità di genere (coming out) aumentando così il rischio di esser allontanati. A questo processo di auto-accettazione gli eterosessuali non devono sottoporsi.Fare coming out è spesso molto stressante, è un processo complesso e ricorrente che ha alla base la paura del rifiuto, di esser maltrattati e che comporta, ogni volta, il decidere se palesarsi o meno in ogni situazione sociale o professionale. Gli appartenenti al gruppo DSG che vivono una situazione dove l’oppressione esterna e quella interiorizzata sono altissime hanno più probabilità di soffrire di ansia.

Infine, non bisogna sottovalutare che i pazienti DSG appartengono a molte comunità, spirituali, professionali o culturali e sentono l’effetto di credenze contrapposte. La maggior parte delle religioni non tollerano le relazioni fra persone dello stesso sesso, la discriminazione è elevata e il coming out può portare all’esclusione dalla famiglia o dalla comunità.

Attualmente, possiamo dire che il livello di accettazione è migliorato soprattutto da parte dei partner e della famiglia. Nelle nuove generazioni c’è più apertura e maggiore fluidità tra le diverse identità (Rainbow generation); allo stesso tempo, invece, la popolazione DSG più anziana si trova ancora a gestire l’oppressione e la repressione vissuta negli anni passati.

La terapia con le persone DSG si basa sull’ascolto attivo, l’empatia, sull’astensione totale dal giudizio, sul rispetto e flessibilità e lo scopo è sviluppare la propria storia per fargli capire quanto il contesto sociale abbia influito.

E’ importante avere una formazione professionale adeguata per comprendere, sia a livello intrapsichico che sociale, le componenti di ogni esperienza DSG, ma è fondamentale anche un lavoro accurato da parte del terapeuta poiché si troverà a fronteggiare due dei maggiori tabù presenti: la sessualità e il genere.

Marta Quartini 

Bibliografia:

Beckett, S. (2010) Azima ila Hayati: An Invitation into My Life: Narrative Conversations about Sexual Identity. In Lyndsey Moon (ed) Counselling Ideologies: Queer Challenges to Heteronormativity. Farnham: Ashgate.

Carroll, L. (2010) Counselling Sexual and Gender Minorities. Columbus: Merrill.

Davies, D. and Neal, C. (eds) (1996) Pink Therapy: a Guide for Counsellors and Therapists Working with Lesbian, Gay and Bisexual Clients. Buckingham: Open University Press

Davies, D. and Neal, C. (eds) (2000) Therapeutic Perspectives on Working with Lesbian, Gay and Bisexual Clients. Buckingham: Open University Press

Davies, D. (2007) Not in front of the Students. Therapy Today. February 2007

Davies, D , Cormier-Otano (2012) Sexual Orientation in C. Feltham & I. Horton (eds) The Sage Handbook of Counselling and Psychotherapy 3rd edition. London: Sage Publications

Langdridge, D. and Barker, M. (eds) (2007) Safe, Sane and Consensual. Basingstoke: Palgrave

Lev, A. I. (2004) Transgender Emergence: Therapeutic Guidelines for working with GenderVariant People and Their Families. New York: Haworth

King, M., Semlyen, J., Tai, S.S., Killaspy, H., Osborn, D., Popely, D. and Nazareth, I. (2008) A systematic review of mental disorder, suicide, and deliberate self-harm in lesbian, gay and bisexual people.BMCPsychiatry8(70) Cormier-Otano e Davis 2012

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Mar 022012
 
Come mai non riesco a vivere una storia sentimentale duratura? Perché trovo sempre persone
sbagliate? Per quale motivo quando trovo qualcuno perdo me stesso?

Il gruppo CUORI IN GABBIA si propone di aiutare i partecipanti ad analizzare e sviscerare i ruoli che
ognuno di noi gioca all’interno delle relazioni sentimentali di coppia al fine di offrire una maggior
consapevolezza su alcune modalità disfunzionali ricorrenti che automaticamente mettiamo in atto.
Analizzeremo insieme quella che viene definita “dipendenza affettiva”, ma di cosa si tratta? In
realtà tutti noi abbiamo bisogno di essere amati, stimati, apprezzati, ricercati e di dare a nostra
volta amore, per dipendenza affettiva intendiamo quella forma patologica di affetto/amore
caratterizzata da una costante assenza di reciprocità all’interno della relazione sentimentale, in
cui uno dei due membri riveste il ruolo di donatore d’amore a senso unico, e vede nel legame
con l’altro, spesso problematico o sfuggente, l’unica ragione della propria esistenza. Le persone
alle quali ci rivolgiamo perciò sono quelle spesso che danno troppo nel rapporto di coppia e
che hanno difficoltà ad avere rapporti appaganti e duraturi. Quando l’amore per l’altro diventa
un chiodo fisso causando disagi e sofferenza si trasforma in una vera e propria dipendenza.
Riconoscere ed affrontare la dipendenza affettiva è un passo complesso ed importante: ci si può
avvalere del supporto psicologico individuale o di una psicoterapia, ma ciò che è sicuramente
molto utile è il confronto con il gruppo: l’aiuto non solo di psicologi ma anche di persone che
vivono lo stesso problema permetterà di prendere un impegno vero e proprio e di cominciare a
riconoscere le distorsioni della propria realtà grazie alle somiglianze della propria vita con quella
altrui. Come accade nelle attività di gruppo gli altri partecipanti diverranno importanti specchi e
insieme si potranno ritrovare voglia, motivazione e nuove strategie per imparare a gestire o uscire
da relazioni “tossiche” alla base della nostra infelicità.
L’obiettivo del gruppo è rappresentato dal raggiungimento della comprensione di alcune
strutture di pensiero e comportamento ricorsive ed invalidanti al fine di sviluppare una nuova
consapevolezza di sé e delle proprie afflizioni ed apprendere nuove modalità di gestione delle
relazioni sentimentali più appaganti e significative.
Il gruppo non rappresenta un mezzo per conoscere eventuali partner o promuovere la formazione
di coppie.

Per chi?

Ci rivolgiamo a persone che hanno difficoltà relazionali di coppia o che non riescono a mantenere
a lungo una relazione o che vogliono interrogarsi sulla loro modalità di stare in coppia perché la
percepiscono come problematica.

Struttura degli incontri

Si prevedono dieci incontri quindicinali della durata di due ore ciascuno.

• I partecipanti andranno da un minimo di cinque ad un massimo di dieci. Il gruppo verrà
attivato al raggiungimento di almeno cinque adesioni, le date verranno comunicate ai
singoli partecipanti dallo staff.

• Negli incontri iniziali sarà privilegiata la conoscenza reciproca al fine di agevolare
l’integrazione reciproca e la creazione di un ambiente caldo e collaborativo; in questa sede
verranno inoltre illustrate le regole e le modalità di partecipazione al gruppo.

• Ogni incontro partirà da un tema generale, suggerito dai conduttori, che consentirà di
indirizzare e sviluppare la discussione; al termine dell’incontro, verranno riassunte le
riflessioni e le considerazioni emerse al fine di favorire un consolidamento di quanto
emerso.

Materiali: verranno forniti, nel corso degli incontri, mezzi che stimolino il percorso di
gruppo attraverso lo sviluppo di motivazione, riflessione e condivisione nelle partecipanti
(quali letture, schede, cartelloni..).

Bibliografia e letture consigliate:

Inama L. (2010), Liberarsi dal troppo amore, Trento, Erickson.

Norwood R. (1989), Donne che amano troppo, Milano, Feltrinelli.

Steinem G. (1993), Autostima, Milano, Rizzoli.

Valcarenghi M. (2009), Senza te io non esisto, Milano, Rizzoli.

 Posted by at 8:45 am